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Blocco della perequazione sulle pensioni eccedenti otto volte il minimo

Conoscete tutti i precedenti: il  Governo Prodi accondiscendeva all'abolizione dello "scalone" (argomento assai caro all'estrema sinistra che, se non accontentata, avrebbe fatto mancare il proprio sostegno all'Esecutivo con ovvie conseguenze).
Lo stesso Prodi si vantava (!?) di aver reperito le risorse necessarie per favorire i lavoratori attivi agendo a scapito non degli stessi  ma dei pensionati con assegni previdenziali superiori ad otto volte il minimo. Il ragionamento del Presidente del Consiglio rimane oscuro se non si considera dettato da quanto sopra. Nonostante i solleciti per arrivare all'abolizione di una norma profondamente iniqua, il Governo in carica sta facendo orecchie da mercante alle sollecitazioni che gli provengono da più parti, anzi ha determinato l'inflazione programmata all'1.7%. E' in corso una causa, di cui si è fatta portavoce FAPCREDITO, innanzi al Tribunale di Cuneo per giungere ad una declaratoria di incostituzionalità della norma.
Sulle pensioni pubblichiamo un articolo di Giuseppe Pennisi, segnalatoci da Antonino Azzara (Anpecomit).
GIUSEPPE PENNISI

Nato a Roma nel gennaio 1942, è dal 1995 professore alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. E' stato direttore generale presso i Ministeri del Bilancio e del Lavoro, interrompendo il servizio nella pubblica amministrazione per incarichi presso la FAO e l'Organizzazione Internazionale del Lavoro. Dal 1967 al 1982 ha avuto una prima carriera in Banca Mondiale. Ha pubblicato numerosi libri e collabora frequentemente a quotidiani e periodici

 

E' sull'indicizzazione delle pensioni che si gioca il futuro della previdenza

Dal 1993 ad oggi, la bolletta della previdenza pubblica è costata all’erario circa 80 miliardi di euro di meno di quanto sarebbe pesata se le pensioni fossero state indicizzate non in base all’indice dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati ma in base all’andamento dei salari (come avveniva in base alla normativa del 1969, riformata dal Governo Amato sulla scia del tracollo dei conti con l’estero e dell’uscita della lira dagli accordi dei cambi europei, con immediata svalutazione).

La revisione dell’indicizzazione  è stata sino ad ora la voce più importante di risparmio previdenziale effettuata dallo Stato; i risparmi relativi al meccanismo di definizione delle spettanze (da “retributivo” a “contributivo figurativo) si cominceranno ad avvertire dal 2013 o giù di lì e saranno sensibili dal 2030 in poi.

Se l’erario ha risparmiato, i pensionati ci hanno rimesso. Il calcolo è presto fatto se la produttività multifattoriale (ossia dell’insieme dei fattori di produzione) aumenta dell’1% l’anno e tale incremento si rispecchia nell’andamento salariale, i pensionati non ricevono un’indicizzazione che copre tale incremento (a cui hanno pur contribuito, in varia misura, con il loro lavoro durante la loro vita attiva): Nell’arco di dieci anni, perdono circa il 12% (l’interesse è composto). Ove si tornasse ad aumenti di produttività del 3% (come negli Anni 60 e 70), in dieci anni le loro pensioni sarebbero oltre un terzo inferiori rispetto ai livelli che avrebbero con un’indicizzazione che catturasse gli aumenti di produttività del sistema.

Paradossalmente, i bassi aumenti di produttività del sistema Italia degli ultimi tre lustri hanno salvaguardato i pensionati. Naturalmente dato che l’utilità marginale del reddito è inversamente proporzionale al livello di reddito (chi è nella fasce alte utilizza eventuale reddito addizionale per serate in allegria “di donnine e champagne in compagnia”, come Danilo Dalivich de “La Vedova Allegra”; chi è in quelle basse ci si risuola le scarpe e si compra una bistecca), coloro che sono andati in pensione in più giovane età ed hanno le pensioni più basse sono quelli su cui morde di più il sistema di indicizzazione introdotto dalla riforma Amato del 1993. Non è una novità. Lo hanno sottolineato, da sempre, tutti gli esperti.

Nel 2001 la “Guida alla riforma delle pensioni” pubblicata dalla Fondazione Ideazione considerava il nodo delle indicizzazioni come uno dei primi da affrontare nella Legislatura che stava per iniziare.

Alla vigilia di Ferragosto, il Ministro del Lavoro, della Previdenza, della Salute e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi ha suggerito la possibilità che si utilizzi un paniere differente (più prossimo alla spesa effettiva di chi è a basso reddito) come soluzione al problema. E’ un approccio prammatico.

Ci si deve però chiedere se sia fattibile e se possa dare gli esiti sperati senza una revisione complessiva di altri aspetti del sistema. Da un lato, dinamiche di lungo periodo inducono ad un aggiornamento del sistema contributivo ed ad una revisione dei “coefficienti di trasformazione” (i parametri in base ai quali il montante dei contributi versati viene “trasformato” in trattamenti previdenziali annuali): su questo punto concorda anche gran parte dell’opposizione (come dimostra il lavoro Arel “Flessibilità e sicurezza” appena pubblicato a cura di Salvatore Pirrone) . Da un altro, l’età mediana degli elettori (ossia quella attorno alla quale si addensa il numero più alto di votanti) è 46 anni e sta aumentando (raggiungerà i 55 anni nel 2040); è  un’età in cui già si cominciano a contare gli anni che separano dalla pensione ed il peso dell’assegno mensile (e si resiste a cambiamenti in peius).

A mio avviso, per ragioni di equità (e per evitare trabocchetti come le “pensioni di annata”) non c’è molto tempo disponibile per rivedere sia i “coefficienti di trasformazione” sia il meccanismo d’indicizzazione. I “coefficienti” devono essere tali da indurre a restare nel mercato del lavoro almeno sino a 67 anni di età (l’età a cui si comincia a  percepire la pensione in gran parte dei Paesi che , come l’Italia, hanno preso la strada del sistema “contributivo figurativo) – con la prospettiva di portarla a 70 anni man mano che l’aspettativa di vita si allunga. L’indicizzazione deve essere articolata per fasce di età e di reddito. In primo luogo, occorre pensare ad un’indicizzazione più alta dopo i 75 anni di età quando c’è verosimilmente maggiore esigenza di cure ed assistenza. Occorre anche pensare ad un’indicizzazione per le fasce di reddito (o consumo) più basso proprio a ragione di differenze di utilità marginali ben note a chi da decenni utilizza strumenti quantitativi per analizzare i costi ed i benefici sociali delle politiche pubbliche. 

Sull’indicizzazione delle pensioni si gioca il futuro della previdenza. E’ auspicabile che collaboratori e lettori de L’Occidentale intervengano con idee e suggerimenti.
Giuseppe Pennisi - 19 Agosto 2008


Commenti:

Anonimo  01/09/08 11:41
blocco perequazione delle pensioni d'importo superiore a 8 volte

Si parla di aggiornare annualmente i criteri di rivalutazione delle pensioni al costo effettivo della vita, anzichè¨ all'indicizzazione calcolata dall'ISTAT e non si tiene conto che il DDL recante "norme per l'attuazione del protocollo su previdenza,lavoro e competitività  per l'equità  e la crescita sostenibili del 23.7.2007 ed ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale prevede che: " per l'anno 2008, ai trattamenti pensionistici superiori a 8 volte il trattamento minimo dell'INPS, la rivalutazione automatica delle pensioni,secondo il meccanismo stabilito dall'art.34,comma 1,della legge 23.12.1998,n.448 non è¨ concessa".Si è posto quindi in atto una sorta di "Solidarietà  intercategoriale" che prescinde e si aggiunge al noto meccanismo della progressività  fiscale,previsto dall'art. 53 della Costituzione della Repubblica Italiana, secondo il quale: "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità  contributiva."Il sistema tributario è informato a criteri di progressività ".Si è¨ invece penalizzata una categoria di pensionati. Appare quindi ancora più iniqua la sottrazione di un modesto adeguamento che - evidentemente - non salvaguarderebbe comunque il tenore di vita dei pensionati interessati, ancorchè non appartenenti alle fasce più povere del paese. E il governo attuale cosa fa? Sia il Presidente del Consiglio, sia il Ministro Sacconi, interessati per l'abrogazione di questo assurdo provvedimento, non si degnano neanche di rispondere alle richieste avanzate al riguardo dai pensionati ingiustamente penalizzati, che se usufruiscono di un trattamento pensionistico superiore ai minimi, lo devono verosimilmente alla dedizione ed all'impegno di una intera vita di lavoro e che soprattutto sono ormai,per motivi anagrafici,nella pratica impossibilità  di porre in essere provvedimenti concreti atti a preservare il loro precedente livello economico.